La condizione giovanile in Italia - Rapporto Giovani 2016

C’era una volta il progetto di vita

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di Andrea Dessardo* - Il Rapporto Giovani 2016 promosso dalla Fondazione Toniolo in collaborazione con l’Università Cattolica, Cariplo e Intesa San Paolo (pubblicato dal il Mulino) lancia chiaro un drammatico allarme a chi ci governa: l’Italia rischia addirittura la «desertificazione» - proprio questo il termine scelto – della sua fascia di popolazione in età fertile. Rischiamo, nel medio-lungo periodo, lo spopolamento per il declino della natalità e per il contestuale espatrio di giovani uomini e giovani donne che non riescono a trovare in patria la propria realizzazione professionale; ben il 60% degli intervistati (ragazzi tra i 18 e i 30 anni) non esclude infatti di emigrare, un dato di molto superiore al 45% dei coetanei spagnoli, al poco più del 40% di francesi e britannici, quasi il doppio del circa 30% dei tedeschi. È un segnale che dice che, in un modo o nell’altro, i giovani non si sono ancora arresi, e infatti il 55% ritiene che la qualità più utile per trovar lavoro sia proprio la capacità d’adattarsi, che ridicolizza il 20% di chi ha risposto che ciò che conta sono le competenze, il 15% di chi ancora crede nel titolo di studio, il 6% circa di chi si affida alla padronanza delle lingue; bene però che appena il 4% ritenga che ciò che serve davvero sia avere “il santo in paradiso”. Il 64% non esclude la possibilità di aprire un’attività in proprio. Sono sogni però spesso frustrati: moltissimi, addirittura il 60%, di coloro che hanno cercato la propria autonomia al di fuori della famiglia d’origine, sono poi dovuti tornare a vivere con mamma e papà, chi semplicemente per la fine degli studi (34%), chi per aver perso il lavoro (42%), chi per la fine d’una relazione (10%). Spesso una sconfitta.
E così ecco che si procrastina l’ingresso nella vita adulta, che sempre più s’allontana dai ritmi della biologia: benché i ragazzi italiani desiderino mediamente più figli dei loro coetanei francesi (per fare un esempio) – e comunque non moltissimi: 2,2 figli è la media desiderata, i francesi sono a 2 -, realisticamente sanno che se ne potranno permettere 1,5, dato che è ben al di sotto del tasso di riproduzione.
Alla base di questa crisi sembrano esserci – così afferma uno dei focus d’approfondimento di questa edizione del Rapporto – anche delle precise responsabilità del nostro sistema di formazione: solo il 41% infatti considera le competenze acquisite a scuola utili per trovare lavoro. Ne consegue che il 29% si dice insoddisfatto delle proprie mansioni e ben il 44% del guadagno; ciò stride ancor più in considerazione del fatto che quasi il 90%, alla domanda «Che cos’è il lavoro per te?», risponde semplicemente e cinicamente «una fonte di reddito» (circa l’80% vi riconosce uno strumento d’autorealizzazione e il 70% una fonte di successo).
Ovvia la ricaduta sul benessere anche spirituale. Il Rapporto ha chiesto ai giovani quanto si sentano felici. Le risposte evidenziano una netta differenza tra chi può godere della sicurezza di un lavoro a tempo indeterminato e i cosiddetti NEET, quei due milioni e mezzo di ragazzi che, in Italia, non studiano e non lavorano.
Sintetizza Alessandro Rosina, uno dei curatori: «Dove si creano spazi di opportunità i giovani sono pronti a mettersi in gioco, anche se spesso non trovano il supporto adatto per ottenere il miglior successo. Aiutarli a riacquistare fiducia in un processo di miglioramento delle proprie condizioni e di rigenerazione del Paese è l’impegno principale a cui tutti dovremmo contribuire. Non imponendo dall’alto un’idea di futuro, ma mettendoli in condizione di realizzare ciò che è più in sintonia con le loro sensibilità e potenzialità».

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana