L’editoriale di «Dialoghi» (n.2-2018), il trimestrale culturale promosso dall’Ac

C’era una volta l’utopia. E forse c’è ancora…

Versione stampabileVersione stampabile

di Pina De Simone* - Le parole d’ordine di questi giorni convulsi per lo scenario internazionale sembrano essere ovunque le stesse: concretezza, realismo. C’è realismo nell’affermare che “non possiamo accoglierli tutti” e c’è “concretezza” nel pensare che portare via i bambini ai loro genitori può contribuire più di ogni altra misura a rallentare il flusso di quanti premono alle porte dell’opulenta America. E c’è ancora più concretezza nel riconoscere che le nostre città sono come assediate da una massa di disperati e insidiate da una crescente delinquenza che le mafie internazionali alimentano. In fondo non è forse realismo e concretezza cercare di difendersi, porre degli argini, e poi censire, tradurre in numeri, il potenziale nemico, inquadrare incasellare o rinchiudere. E in modo che non possano uscire, girare per la città. Che male c’è in questo desiderio di sicurezza? Solo concretezza. Perché i principi - sostengono in molti - non servono. Non servono a governare i processi. Ad arginare i problemi, e meno che mai a risolverli. I principi non servono neppure a regolare i rapporti. Meglio una capacità di adattamento scaltra che fa rimangiare quanto detto il giorno prima e che autorizza all’insulto, alle accuse più pesanti, perché tanto tutto passa, rimangono solo i risultati, i fatti di obiettivi raggiunti. L’onestà, la serietà cambiano volto, sono il nome di promesse realizzate o da realizzare ad ogni costo. Promesse, ossia intenti deliberati e sbandierati. Prese di posizione, concrete, realistiche cioè aderenti alla realtà, quella vera, che chi vive di principi non sa riconoscere. Ecco cosa vuol dire parlare al popolo: farne parlare i pensieri nascosti, dare voce alle paure, alle preoccupazioni, ai desideri “reali”. È il trionfo della realtà a fronte di un pensiero che falsa, che imbroglia….
Ma l’alternativa è veramente tra la realtà con il suo peso di concretezza e i principi ritenuti astratti, fuorvianti, ormai vuoti e improponibili?

C’è un bel film, uscito qualche mese fa nelle sale cinematografiche, che forse vale la pena vedere: La casa sul mare, di Robert Guédiguian. C’è un mare, il Mediterraneo, che non è qui l’immagine tragica dei barconi, ma quella di un porticciolo turistico che ha il sapore delle vacanze, tra lo sguardo interessato e superficiale  di chi vuole acquistare e la nostalgia malinconica e sognante di chi è costretto a vendere e a lasciare. Ci sono sogni naufragati in quel mare, attese deluse, legami avvizziti, parole non dette sprofondate in un silenzio ostile. Ma c’è anche una tenerezza che resiste caparbia nella cura, nella custodia di gesti, di luoghi, e di ricordi…C’è soprattutto una grande tristezza: per quello che poteva essere e non è stato, per i progetti incompiuti, per le prospettive di futuro mancate.
E poi c’è, un giorno, un approdo inaspettato, una presenza che viene scoperta e che sconvolge gli schemi: tre profughi bambini, migranti come tanti. Non bussano alla porta, ma mettono in movimento vite e legami che sembravano bloccati senza più appello. La presenza di questi bambini accolta nella casa sul mare e nella semplicità della cura, ridà luce e respiro a quella casa. È come se il suo grande, bellissimo, balcone si aprisse di nuovo sull’orizzonte. Ma ad aprirsi sono soprattutto gli sguardi e gli affetti dei protagonisti. E il gioco di un tempo, nel rincorrersi delle voci e dell’eco, un gioco che riesce a tirar fuori dalla paura la voce dei piccoli, è il riemergere di energie soffocate, l’affacciarsi di nuovi entusiasmi.
Ed ecco la chiave di comprensione che ne deriva. Quando lo sguardo si posa sulla realtà la riscrive accogliendone la parola e insieme portando  su  di essa le parole che abbiamo dentro. L’immagine della realtà che percepiamo è nell’intrecciarsi di queste parole. Non c’e una realtà nuda o assolutamente oggettiva. Lo sguardo che poniamo su di essa, l’apertura di cui siamo capaci sono determinanti in ordine all’idea che ce ne facciamo e soprattutto in ordine alla percezione che ne abbiamo.

Sbaglierebbe chi pensasse che il realismo è adesione ad una realtà così com’è, e che per vedere e  capire bisogna soffocare i sentimenti far tacere il cuore, mettere da parte gli entusiasmi e i sogni. Al contrario, è  proprio la capacità di spingersi oltre, di non cercare a tutti i costi il dato bruto, la forza impositiva e securizzante dei numeri (che da soli sono sempre “stupidi” perché hanno bisogno di essere letti) è il non pretendere che ci sia una assoluta oggettività alla quale aggrapparsi, che ci conduce realmente al reale per ciò che esso è in rapporto a noi. Perché fuori di questo rapporto, che è sempre un vissuto, non possiamo veramente dire nulla della realtà. Nulla da scagliare contro altri o da far valere come assoluta verità.
Bisogna avere allora la pazienza e l’umiltà di riprendere contatto con questo vissuto da cui nasce la percezione della realtà, il nostro vissuto e quello di chi ci sta accanto. Occorre prendere sul serio le paure e le preoccupazioni, le delusioni e lo scoraggiamento. Saper ascoltare la rabbia di tanti e il grido di chi non vede un futuro davanti a sé. E al fondo di tutto questo avere però  il coraggio di intravedere la speranza negata. Noi speravamo…

Che cos’è in fondo l’utopia e che cos’e il sogno? Un’illusione, una pretesa di definire la realtà di riscriverla secondo canoni di perfezione determinati a partire da noi, dai nostri bisogni o dai nostri schemi ideali? Se è così non ne abbiamo bisogno. Possiamo e forse dobbiamo farne a meno. Serenamente, senza rimpianti.  Un mondo perfetto, una città ideale in cui tutto funziona e in cui non c’è spazio per ciò che non va, non stanno da nessuna parte e non serve cercarli sotto  questa o quell’altra  bandiera.
Ma forse c’è un’altra utopia, e c’è un altro modo di sognare, piantati con i piedi per terra. Un’utopia e un sogno che sono tutt’uno con il realismo. È l’utopia come dinamismo, processo sempre aperto di un desiderio che fa i conti con il limite e con la progressività della storia, ma che si impegna a liberare le potenzialità del reale, di ciò che noi siamo e che possiamo essere, del mondo intorno a noi e di quello che insieme possiamo provare a costruire. Ed è il sogno che si fa sguardo aperto e lungimirante capacità di scommettere e di rischiare, capacità di relazione, di incontro, di progettualità condivisa, di impegno e di speranza.
A questa utopia e a questo sogno non possiamo rinunciare, perché significherebbe tradire la realtà, riscriverla secondo parametri di disumanità, negare quel desiderio che ci attraversa da cima a fondo, che ci fa alzare ogni mattina, che ci impedisce di diventare automi.
Non c’è una realtà da contrapporre all’utopia. Un fatto da contrapporre all’ideale. C’è una capacità di idealità e di speranza da ritrovare. Non aver paura di essere umani. Non negare le nostre paure, ma non soffocare dentro di noi il senso della solidarietà, della tenerezza, della cura e la ricerca di una giustizia più grande. Non perdere la capacità di guardare all’altro e a noi stessi come esseri umani. Semplicemente.. È forse questa la realtà  che abbiamo bisogno di ritrovare. Ed è questa l’utopia che dentro di noi forse c’è ancora…

*Direttore della rivista «Dialoghi», il trimestrale culturale promosso dall’Azione Cattolica. È docente di Filosofia della religione alla Facoltà Teologica di Napoli

Per abbonarsi a «Dialoghi» e avere informazioni sulla rivista scrivere a: abbonamenti@editriceave.it
oppure telefonare allo 06.661321 - fax 06.6620207

Vi ricordiamo che:
Il dossier di Dialoghi 1/2018 è stato dedicato a: Azione cattolica e azione politica
Il dossier di Dialoghi 3/2018 sarà dedicato a: Dopo Lund. L’ecumenismo in cammino