Luci e ombre circa la riforma del Credito Cooperativo

Bcc. Riforma sì, ma non così

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di Alberto Ratti* - Dopo alcuni mesi di attesa, in un momento di grande turbolenza finanziaria, lo scorso 10 febbraio il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto contenente la riforma delle Banche di Credito Cooperativo (Bcc), con l’obiettivo dichiarato di cambiare molti aspetti di un sistema radicato e diffuso che oggi in Italia raggruppa più di 320 istituti bancari. L’impianto generale della riforma è condivisibile ed è quello su cui avevano lavorato insieme il ministero dell’Economia, la Banca d’Italia e Federcasse (la realtà che raggruppa tutte le Bcc italiane).

Infatti, la crisi economica degli ultimi 7 anni, i vari default e il dramma di alcune banche del nostro paese (Mps, Carige, Banca delle Marche, Banca Etruria etc…, non riconducibili comunque al sistema della cooperazione di credito) hanno contribuito a far crescere una più o meno diffusa perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni bancarie e reso necessari alcuni ripensamenti. Mentre le banche medio – grandi hanno risentito in maniera più invasiva di questa crisi, le banche locali (e in particolare le Bcc) hanno potuto sfruttare i legami e i rapporti sviluppati con il tessuto economico-sociale, incrementando dove possibile i volumi operativi e sostenendo le economie del territorio.

Ora, la riforma messa in campo dal governo se da una parte 1) cerca di affrontare il deterioramento dei crediti concessi a sostegno dei territori ricercando le risorse nel settore e senza oneri per lo stato e 2) cerca di migliorare la governance carente di queste banche piccole e preziose, dall’altra parte però rischia di snaturare alcune delle fondamentali caratteristiche delle Bcc.

Inserendo attraverso una specifica clausola (il cosiddetto way out) la possibilità per le banche con patrimonio netto superiore ai 200 milioni di euro di trasformarsi in Spa riscattando le proprie riserve dopo aver pagato all’erario una tassa al 20%, il governo mina in profondità uno dei più importanti principi regolativi delle Bcc: quello della mutualità e della solidarietà intergenerazionale. Le riserve delle Bcc, infatti, sono indisponibili e indivisibili perché sono riserve accumulate nel corso degli anni e appartengono ai cittadini e non alla banca.

I dirigenti non ne possono disporre come se niente fosse. Inoltre, dando la possibilità ad alcune delle banche più grandi di staccarsi dal mondo della cooperazione, si rischiano di incentivare egoismo, diffidenza reciproca interessi di parte, niente di più lontano dalla mutualità e dalla cooperazione.

Ancora ignoto il futuro del decreto approdato in Parlamento. Ora si si spera che possa essere modificato e migliorato, andando ad incidere sulla clausola del way out e su alcune sviste. Manca, ad esempio, il riconoscimento della specificità delle Casse rurali Raiffeisen dell’Alto Adige.

Concludendo, rimangono in chi scrive – nonostante la necessità di cambiamento e di svolta dovuto alla situazione internazionale – perplessità e dubbi circa la politica che si sta perseguendo negli ultimi tempi, quella per cui debbano sussistere solo le grandi banche e che le fusioni o concentrazioni siano positive (basti vedere anche la riforma che ha investito il settore delle banche popolari). La direzione verso cui ci si sta dirigendo è quella dell’annullamento della biodiversità bancaria, che è invece essenziale alla salute di un sistema economico.

Siamo sicuri sia la strada giusta, rispettosa della realtà italiana e della sua storia? Come ha detto l’economista Stefano Zamagni «se una banca va male è perché i suoi dirigenti non sono bravi a selezionare il credito, non perché è troppo piccola». Nate alla fine del 1800 prima in Germania e poi anche in Italia, le Banche di Credito Cooperativo hanno sempre cercato per vocazione di finanziare l’economia reale e mai la speculazione, ispirate dalla dottrina sociale cristiana, come è affermato all’articolo 2 degli Statuti. Le Bcc hanno nella loro identità il fatto di essere soprattutto delle banche locali, contraddistinte da una formula imprenditoriale specifica, che affonda le radici nella loro storia secolare, costruita nel tempo, in modo durevole e continuo attraverso la sedimentazione e condivisione di alcuni principi ispiratori tra loro strettamente interdipendenti, quali cooperazione, mutualità e territorialità. Il mondo cooperativo non può e non deve smettere di investire continuamente nel suo capitale culturale, vera ricchezza e antidoto alla crisi, unicum nel panorama europeo; bisogna necessariamente lavorare sull’educazione ai principi cooperativi e all’identità mutualistica, mettendo in secondo piano la fredda formazione professionale/tecnica e il pensiero calcolatore che potranno sì far risolvere alcuni problemi, ma che continueranno a far dimenticare totalmente il senso del proprio agire e del proprio essere Bcc.

Ripensare oggi il sistema bancario, l’economia tutta e immaginare una nuova strada per la creazione di benessere e sviluppo significa, innanzitutto, comprendere chiaramente come i “comportamenti economici” delle persone non rispondano alla logica della teoria dell’homo oeconomicus – secondo cui gli attori del sistema nel loro agire considerano unicamente gli aspetti economici e si preoccupano di massimizzare la loro ricchezza e i propri profitti – bensì ad una logica solidale, quasi mutualistica, che si basa sui concetti di fiducia, sostenibilità ed equità, dove i soggetti coinvolti cooperano insieme al raggiungimento del bene comune. Valori e concetti da sempre nel cuore e nel dna del sistema della cooperazione di credito, che andrebbero incentivati e sostenuti, non penalizzati o stravolti.

*Componente del Centro studi dell’Ac

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