Intervista al Presidente nazionale Matteo Truffelli

Un’Ac radicata nel futuro in sintonia con la Chiesa di Francesco

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Il presidente dell’Azione cattolica italiana Matteo Truffelli racconta in una intervista a Gianni Borsa, direttore del mensile “Segno nel mondo”, il triennio associativo ed esprime le attese in vista della XVI Assemblea nazionale e dell’incontro con il pontefice in piazza San Pietro, dove – dice – «aspettiamo tutti!». Una riflessione con lo sguardo in avanti, facendo tesoro dei 150 anni di storia alle spalle.

Intervista con Matteo Truffelli di Gianni Borsa* - Ogni battezzato deve sentirsi chiamato a essere «discepolo missionario, come ha scritto Francesco nella Evangelii Gaudium. E lo siamo veramente se viviamo questo impegno, questa vocazione, insieme agli altri, non ciascuno da sé o per sé. Ecco, credo che la dimensione associativa aiuti anche a vivere pienamente questa gioiosa chiamata alla testimonianza evangelica nel nostro tempo». Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, racconta, attraverso Segno, il triennio associativo che si sta concludendo e le sue attese in vista del triplice appuntamento di fine aprile-inizio maggio: la XVI Assemblea nazionale, l’incontro con il Santo Padre in piazza San Pietro, l’avvio delle celebrazioni per il 150° di fondazione della più antica aggregazione laicale italiana.

Presidente, anzitutto uno sguardo al triennio 2014-2017. Un periodo ricco di iniziative, di novità, di attività sul territorio, con un’Ac radicata in 220 diocesi e in migliaia di parrocchie. Quale il clima generale che ha respirato nell’associazione?
Direi anzitutto che è stato un triennio intenso, di grande impegno per tutti i livelli dell’associazione, dalle parrocchie fino al centro nazionale. Vedo un’Ac che si è messa in gioco, che ha accolto con entusiasmo la proposta di assumere l’Evangelii gaudium come un grande progetto di Chiesa che chiede a tutti di rimettersi in discussione. Aggiungerei che il suo messaggio ha trovato terreno dissodato e fertile in un’Ac fortemente ancorata al Concilio. Per questo le parole del pontefice, la proposta di una “conversione missionaria”, il rilancio del protagonismo laicale dentro una Chiesa sinodale, l’insistenza sulla centralità della misericordia hanno visto l’Ac pronta a recepire gli inviti e i richiami di Francesco.

Quindi emerge anche un’associazione che, diffusa dalle Alpi alla Sicilia, nei piccoli paesi e nelle grandi città, mostra un forte sentire comune?
L’Ac è un “corpo” vivo e articolato, con una incredibile capacità di stare dentro le differenti realtà territoriali ed ecclesiali assumendone il respiro, e quindi è ricca di esperienze diverse, pur mantenendo forti ed essenziali tratti comuni: il profilo conciliare, la dedizione alla Chiesa locale, una proposta educativa forte per la vita cristiana, l’intergenerazionalità, la passione per la “città dell’uomo”. Emerge una omogeneità di fondo nel pensare e nel vivere la Chiesa. 

Un bel ricordo di questi tre anni della sua presidenza? Un progetto disatteso?
Una delle esperienze più belle, di quelle che fanno bene al cuore, è stato incontrare i presidenti parrocchiali di tutta Italia nelle 16 regioni ecclesiastiche. Abbiamo misurato quanta passione c’è in ciascuno di loro, quanta consapevolezza del ruolo e della responsabilità associativa, quanta generosità nello spendersi per il Vangelo e per la propria associazione, grande o piccola che sia, rendendola accogliente, vitale, creativa. Se dovessi invece citare un progetto che necessita di essere assunto con maggior convinzione, direi le riviste digitali, che abbiamo lanciato all’inizio dello scorso anno: vorremmo che ciascun socio, che l’associazione tutta se ne prendesse più cura, sapendole valorizzare. È un progetto che guarda in avanti, ai nuovi linguaggi e modalità della comunicazione; per questo continuiamo a crederci e continueremo a lavorare per migliorarlo.

Un punto forte di questa Ac che spegne 150 candeline?
Ricorderei come prima cosa l’intergenerazionalità. Ad ogni livello, ragazzi, giovani e adulti di Ac vivono un’esperienza di responsabilità condivisa, volta all’evangelizzazione, a far maturare coscienze formate e solide, a gettare i semi di una società rinnovata grazie al soffio del Vangelo. Questo stare insieme, questo prendersi cura gli uni degli altri aiuta inoltre ad affrontare le fragilità e le fatiche del nostro percorso e ci insegna a prenderci cura di chi incontriamo. È questo il modo con cui vogliamo stare nel mondo: invece di lamentarci del nostro tempo, desideriamo innanzitutto conoscerlo, capirlo, volergli bene e, con maggior slancio e vigore, farcene carico.  

Dal 28 aprile al 1° maggio prossimi è fissata a Roma la XVI Assemblea nazionale Ac per il rinnovo delle cariche. Il tema sarà: “Fare nuove tutte le cose. Radicati nel futuro, custodi dell’essenziale”. Quali sentimenti ne accompagnano la preparazione?
La speranza di dar vita a un serio e partecipato momento di discernimento, che prenda le mosse da una lettura profonda della realtà: quella dei nostri territori e del nostro Paese, della Chiesa italiana e universale, delle innumerevoli attese che si dischiudono dinanzi a noi. Una lettura da fare insieme, per capire il presente e per dirci come “starci dentro” in modo significativo. In un clima di autentica amicizia, di serenità e di ascolto, di riflessione e preghiera, faremo ancora una volta un importante esercizio di democrazia. Ogni progettazione parte da qui: occorre domandarsi di che cosa le persone, le famiglie, le comunità, le nostre città hanno bisogno, per poi interrogarci su quello che possiamo essere, fare e dare come associazione. Non da soli, ma dentro una trama di alleanze con altri soggetti ecclesiali e civili, una trama di legami che vogliamo suscitare e rafforzare.

Questa Ac che si rifà con coerenza al Concilio, come si rapporta alle altre esperienze vive nella chiesa italiana? Associazioni, movimenti, gruppi…
Mi pare che questa sia una stagione particolarmente propizia in questo senso, caratterizzata da grande stima reciproca, da tante occasioni di collaborazione. Potremmo citare una serie innumerevole di iniziative condivise, sia a livello nazionale sia nei territori, in ambito ecclesiale, sociale, caritativo… E questa è una responsabilità che sentiamo con forza, anche perché ci sembra di intuire che l’Ac è vista in tanti ambienti come un possibile punto di riferimento, capace di tenere insieme esperienze, carismi, storie differenti.

Il 30 aprile è previsto l’incontro con il papa: come ci si prepara all’appuntamento in piazza San Pietro?
C’è una duplice aspettativa che rende gioiosa la preparazione dell’evento. Il desiderio di mostrare a papa Francesco la bellezza della nostra associazione. E, allo stesso modo, l’attesa per quanto il pontefice ci dirà. Il tutto nella cornice di una festa che ricorderà il centocinquantesimo dell’associazione: un secolo e mezzo di vita ecclesiale e civile che ha segnato, e segna, la storia di milioni di persone; una storia che ha fatto la storia d’Italia. Insomma, un’emozione grande! Per questo aspettiamo tutti, ma proprio tutti, in piazza San Pietro. Per stare con il Santo Padre, per fare festa insieme, per sentirci parte importante di una storia grande. E per questo siamo anche molto contenti del fatto che saranno presenti amici dell’Azione cattolica di tutto il mondo, che arriveranno a Roma nei giorni precedenti per il Convegno internazionale sull’Ac, che si terrà il 27 aprile, in Vaticano.

Abbiamo parlato del 150° Quale il senso delle celebrazioni che prenderanno avvio proprio con il 30 aprile?
Il celebrare non deve essere fine a se stesso, ma un’occasione per dare profondità e spessore a ciò che siamo; capire l’importanza del lungo percorso che abbiamo alle spalle. Saperci eredi di un patrimonio bello e significativo, che siamo chiamati a custodire ma ancor di più a far fruttare, continuando sulla strada tracciata e cercando nuove vie per far sì che, attraverso l’Ac, ancora tante persone possano scoprire l’amore del Signore. È proprio questo il senso del titolo dell’assemblea: “Fare nuove tutte le cose. Radicati nel futuro, custodi dell'essenziale”.

Guardando avanti, un messaggio ai ragazzi e ai giovani di Azione cattolica?
Ricorderei loro che l’Ac è stata fondata da due giovani. Direi a ciascuno dei nostri ragazzi e giovani di sentirsi anche loro – ciascuno a sua misura – corresponsabili dell’associazione, della sua missione evangelizzatrice. Tutti, come dicevamo, siamo chiamati a essere e a sentirci sempre discepoli missionari, amici di Gesù, testimoni credibile del Vangelo. Se sapremo favorire questo protagonismo dei più giovani potremo guardare con serenità non solo al futuro, ma anche al presente.

*pubblicato nella versione cartacea e digitale nel numero 3/marzo di Segno nel mondo