In morte di mons. Mansueto Bianchi

Siete una Chiesa bellissima

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La Presidenza nazionale dell'Azione Cattolica - Può essere rischioso fare considerazioni mentre il cuore è avvolto dalle emozioni. Eppure è proprio il cuore a dettare le parole più sincere di cui siamo capaci.
Mentre affrontiamo il lutto per la morte del nostro Assistente Generale, mons. Mansueto Bianchi, sentiamo il desiderio di condividere ciò che in questi anni e in modo particolarissimo in questi mesi da lui abbiamo appreso. È un dono che non può essere riservato alle persone che hanno avuto la ventura di stargli accanto, ma che può arricchire la vita di tutta l’Azione Cattolica.
Facciamo un’esperienza pasquale, lasciando che dalla morte nasca una vita nuova: non solo quella di mons. Bianchi davanti al Volto della Misericordia, ma anche la nostra. Nuova perché più ricca degli insegnamenti che, in tempi e modi diversi, abbiamo raccolto standogli accanto in questo prolungato tempo di malattia. Sono semplici e preziosi. Hanno caratterizzato la sua vita e potranno ancora accompagnare la nostra.

Insegnare, amare e far amare la Parola
Un tratto che ha caratterizzato la vita e il ministero di mons. Bianchi è stato certamente quello della sua relazione con la Parola di Dio. È stata, negli anni del sacerdozio, l’oggetto del suo studio e del suo insegnamento, ricordato ed apprezzato a distanza di anni. È stata l’oggetto della sua predicazione: appassionata perché frutto dell’amore; profonda e puntuale, perché frutto di prolungata meditazione. Una predicazione che ha rappresentato, negli anni dell’episcopato a Volterra e Pistoia e in questi ultimi di speciale dedizione all’Azione Cattolica, il modo per servire la fede del popolo di cui mons. Bianchi è stato pastore.
I suoi contributi, durante le riflessioni e dibattiti, sono passati non solo attraverso la saggezza, l’acutezza, l’esperienza ma sempre attraverso la luce della Parola di Dio. Una Parola non semplicemente commentata, ma colta in tutta la sua vitalità e nella sua forza trasformante per l’oggi dei discepoli e della Chiesa; una Parola capace di mostrare vie di salvezza anche tra eventi di difficile comprensione, secondo la logica dell’Apocalisse, il libro indagato da mons. Bianchi nel tempo dello studio e riletto a beneficio di molti come annuncio di un Dio che dona il suo amore nel dramma della storia. Ha scritto poco, mons. Bianchi; forse avremo il rammarico di non aver appuntato abbastanza ciò che egli ha detto. Ma sentiamo di poter raccogliere da lui questa scelta di dare spazio alla Parola, di partire dall’ascolto della Scrittura per rileggere alla sua luce le dinamiche della nostra vita quotidiana.

Il sogno dell’Evangelii Gaudium
“Sognate anche voi questa Chiesa” ha detto Papa Francesco ai delegati del V° Convegno Ecclesiale, svoltosi a Firenze il 10 novembre 2015. Quale Chiesa? Quella descritta dal Santo Padre nell’esortazione “Evangelii Gaudium”. Della Chiesa mons. Bianchi è stato servitore appassionato. Di quella passione di chi si sente partecipe del medesimo destino, di chi soffre per le malattie e le contraddizioni e di chi gioisce per i progressi e le purificazioni. Non aveva esitato a dire al Papa, nel corso dell’Udienza del 3 maggio 2014: “Conti su di noi, Padre Santo, per quel progetto di Chiesa che ci ha raccontato nell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”; conti su di noi per quello che è stato lungamente un desiderio, un sogno, una preghiera dentro ciascuno di noi e che oggi Lei ci dona come una proposta di impegno e di realizzazione”.
Sì: mons. Bianchi ha sognato anch’egli questa Chiesa. L’ha attesa e ha contribuito a realizzarla. È un cantiere in costruzione che ci trova tutti impegnati, da oggi con ancora maggiore determinazione. Come egli ha ripetuto, soprattutto durante gli incontri con i sacerdoti assistenti e con i seminaristi: l’amore alla Chiesa, l’obbedienza alla Chiesa non sono e non possono essere astrazioni. Sono un amore e un’obbedienza alla Chiesa di oggi. E la Chiesa di oggi è la Chiesa dell’Evangelli Gaudium.

L’amicizia, umanissima e divina
Sono state moltissime le persone che si sono rese presenti in questi mesi di prolungata degenza. Tanto affetto ha rappresentato una grande consolazione ed un ulteriore insegnamento per noi.
Ci sono stati gli amici “di sempre”, i compagni di giochi dell’infanzia; quelli conosciuti in virtù degli incarichi assunti, dai tempi delle parrocchie a quelli delle diocesi; le comunità parrocchiali, quelle religiose e quelle diocesane; ci sono stati i sacerdoti che hanno ricevuto da mons. Bianchi ascolto, sostegno, cura e quelli che lo hanno aiutato a portare il peso, talvolta grave, delle responsabilità ricevute; ci sono stati i compagni di studio e i confratelli vescovi.
Siamo rimasti sempre piacevolmente stupiti nel vedere gli occhi di mons. Bianchi illuminarsi in occasione della visita di qualcuno di loro, anche nei momenti di maggiore stanchezza. A nessuno mons. Bianchi ha negato un sorriso ed una benedizione. A ciascuno ha chiesto informazioni, aggiornamenti, novità, ponendo l’interesse per gli altri davanti a quello per sé e per le sue condizioni di salute.
L’amicizia è un dono, un bisogno, un balsamo. Mons. Bianchi ha saputo viverla con semplicità e con grande fedeltà. L’ampiezza del suo cuore si è manifestata nel numero di persone che in questi mesi si sono rese presenti, ciascuna con il suo bagaglio di riconoscenza da manifestargli.
Essere amici è esigente, eppure mons. Bianchi ha trovato le forze e il tempo per esserlo. Con molti, moltissimi. Anche questa cura fedele di buone relazioni umane rappresenta un tratto di una vita secondo il Vangelo e, per certi versi, un atto silenzioso ma significativo del suo magistero.

Sono pronto
In uno dei momenti di più acuta sofferenza, mons. Bianchi ha usato parole di grande spessore umano e cristiano. Davanti all’approssimarsi della morte ha più volte affermato: “Sono pronto”. Sapeva e dimostrava di esserlo. In virtù della preghiera che costantemente ha alimentato la sua vita e che ha nutrito anche il tempo della sua degenza.
In virtù della fiducia in Dio, lucidamente confermata fin dal giorno della diagnosi della malattia.
I grandi “Sì” non si improvvisano; tanto più se sopraggiungono in modo imprevisto e minaccioso. Piuttosto si preparano. Si è pronti solo quando si è preparati.
Anche questo vorremmo imparare: a vivere con generosità e fiducia i “Sì” di ogni giorno, per poter avere la forza di pronunciare quelli più grandi ed esigenti. Sapendo che dal “Sì” siamo anzitutto custoditi: da quello di Maria e da quello del Risorto. Tutte le promesse di Dio sono divenute “Sì” in Gesù Cristo (cf. 2 Cor 1, 20).

Siete una Chiesa bellissima
Davanti all’aggravarsi della malattia, mons. Bianchi ha detto più volte: “Offro questa sofferenza in sconto dei miei peccati e per l’Azione Cattolica, che è stata il più bel dono che Dio potesse farmi”. E più volte, durante i colloqui che abbiamo avuto con lui in questo periodo ha aggiunto: “Siete una Chiesa bellissima”.
È questa la consegna più grande che vorremmo far nostra in quest’ora, difficile eppure feconda. Imparare a contemplare Dio all’opera nell’oggi della nostra vita associativa, sapendo cogliere e recepire tutta la carica di novità che il Signore anche oggi si attende da noi, in collaborazione con la Sua opera eternamente creatrice.
Imparare a vedere la bellezza che mons. Bianchi ha saputo cogliere, soprattutto nell’incontro con le realtà locali: vivaci, generose, attente.
Saper cogliere e vivere la bellezza di un’autentica Chiesa di popolo, di quel Popolo di Dio che cammina nella Scrittura e che la Lumen Gentium descrive per raccontare la Chiesa di oggi: una chiesa di corresponsabili nella missione di evangelizzazione.
Grazie, mons. Bianchi, per la bellezza che ci ha donato e che speriamo di custodire.