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L’Azione cattolica e la scelta del Concilio

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di Andrea Dessardo* - L’ultimo volume della collana «Polis» dell’Editrice Ave va considerato come - lo scrive il presidente Matteo Truffelli nella Presentazione - «il frutto di un percorso che ha accompagnato l’associazione nel triennio 2012-2015» iniziato, come molti ricorderanno, con la fiaccolata dell’11 ottobre 2012 in piazza San Pietro, in occasione del cinquantenario del famoso discorso di Giovanni XXIII “alla luna”, che aprì ufficialmente il più grande evento ecclesiale del Novecento, il Concilio Vaticano II. Questo libro, curato dai direttori degli istituti dell’Azione cattolica «Vittorio Bachelet» per lo studio dei problemi sociali e politici, e «Paolo VI» per la storia dell’Azione cattolica e del Movimento cattolico in Italia, Ilaria Vellani e Paolo Trionfini, raccoglie in particolare i contributi del convegno tenutosi il 7 e l’8 febbraio 2014, Il futuro dalla forza del Concilio. Il Vaticano II e l’Azione cattolica. Il Convegno, che tradizionalmente si tiene in corrispondenza dell’anniversario dell’assassinio di Vittorio Bachelet (12 febbraio 1980), nel 2014 ha voluto ricordare anche i cinquant’anni dalla sua nomina a presidente dell’Ac, che nel corso dei suoi due mandati riuscì a modificare in profondità, così come oggi la conosciamo, nel desiderio di conformarla per quanto possibile all’epocale novità che la Chiesa stava vivendo.
Il rapporto tra l’Azione cattolica e il Concilio Vaticano II è infatti profondo e inscindibile, espressione del radicamento dell’Associazione nella vita della Chiesa: «Tutta la storia dell’associazione è stata una storia di preparazione all’evento conciliare» afferma Giuseppe Dalla Torre (p. 21) nel suo saggio Il contributo dell’Ac alla preparazione del Concilio, considerando che l’Azione cattolica, con la sua opera d’animazione del laicato, ha fin dall’Ottocento «precorso e preparato la strada agli interventi del Magistero». L’Azione cattolica ci appare infatti come lo strumento di avvicinamento della Chiesa alla modernità nelle forme più adatte ai tempi. Quando nacque, su iniziativa di due laici, essa fu la risposta alla violenta secolarizzazione imposta in quegli anni; resisté, pur messa sotto pressione, nel ventennio della dittatura, rinacque più libera dopo che il Concilio le ebbe indicato un’altra via per farsi prossima ai bisogni spirituali dell’umanità, privilegiando la formazione silenziosa delle coscienze rispetto alla presenza pubblica cui la storia recente l’aveva quasi costretta nel dopoguerra, durante il quale scrisse pagine importanti della storia del paese, all’epoca probabilmente necessarie, ma ormai inattuali negli anni Sessanta.

Una nuova stagione
L’Ac visse intensamente nel dibattito interno quella stagione di sommovimenti, avvertendo in anticipo il cambiamento nelle sue avanguardie più sensibili. Una testimonianza, come egli stesso dice, «non ingenua» del clima che si respirava negli anni del Concilio nelle stanze di via della Conciliazione - non ingenua, perché i ricordi personali sono corroborati da molte letture e precisi studi sull’argomento -, la offre l’attuale direttore di «Dialoghi» Piergiorgio Grassi, che nel novembre 1964 entrò a far parte della presidenza nazionale della Giac in qualità di delegato centrale lavoratori, dopo che, negli anni in cui era stato presidente diocesano a Rimini, nella sua diocesi era stata adottata la metodologia della Gioc: una scelta in linea con l’indirizzo che Mario Rossi aveva impresso a livello nazionale. Grassi ricorda con amarezza quei giorni: «I giovani vogliono che la politica si faccia con scelte politiche e non con scelte religiose», dice citando un articolo scritto da Rossi su «Gioventù» nel giugno 1953, che continuava affermando: «I laici facciano i laici a loro rischio personale, senza usare la Chiesa a sostegno di una tesi di partito». Le seguenti dimissioni di Mario Rossi e l’allontanamento dell’assistente don Arturo Paoli sono note. Per questo gli eventi che stavano sviluppandosi in Vaticano nella prima metà degli anni Sessanta furono accolti dai giovani della Giac, memori delle recenti crisi, come «una nuova stagione dell’Azione cattolica, un voltare pagina». A portare tutti quei primi fermenti a una compiuta e responsabile maturazione contribuirono in maniera notevole e forse decisiva gli atteggiamenti e i discorsi di Paolo VI, sui quali in particolare Grassi si sofferma, offrendone degli stralci significativi.
Nell’Introduzione i curatori spiegano bene con quale obbedienza l’Azione cattolica visse la stagione conciliare «secondo i ritmi della Chiesa: attraverso la preghiera, accogliendo le intenzioni di papa Roncalli nella fase preparatoria; nell’approfondimento dei temi in discussione nel corso delle sessioni; nel tenere viva l’attenzione durante le intersessioni; nel rilancio dei documenti, via via che venivano approvati»: una vera «simbiosi» (pp. 9-10). Note sono le parole con cui Vittorio Bachelet raccontò la riforma all’assemblea nazionale del 1970: «In passato [l’Azione cattolica] ha fatto molte varie e nobili cose; ma ora ha ritenuto che fosse suo compito proprio puntare sui valori essenziali dell’annuncio evangelico e della vita cristiana, concorrendo col proprio apporto agli aspetti più sostanziali e profondi della costruzione e della missione della Chiesa».

Il carattere laicale dell'Ac
Bachelet guidò la riforma dell’Associazione dopo che il Concilio non solo aveva, per la prima volta nella storia, dedicato un intero documento unicamente ai laici cristiani (il decreto Apostolicam actuositatem), ma addirittura espressamente citato l’Azione cattolica al n. 20 di quel documento, indicando abbastanza chiaramente le sue caratteristiche fondamentali. Su questi aspetti si sofferma Giacomo Canobbio, che di caratteristiche ne individua quattro: l’assunzione del fine apostolico della Chiesa, specificato nei riferimenti all’evangelizzazione, alla santificazione degli uomini e alla formazione cristiana delle coscienze «affinché nei diversi ambiti e nelle diverse comunità riescano a introdurre lo spirito del Vangelo». Seconda caratteristica è il carattere genuinamente laicale dell’Ac, la quale gode di piena autonomia organizzativa benché all’interno dell’azione pastorale della Chiesa. La terza caratteristica fa dell’Azione cattolica un corpo organico, riflettendo la natura comunitaria della Chiesa. Quarto e ultimo aspetto qualificante dell’associazione è il suo rapporto con la gerarchia ecclesiastica: «Non si tratta di un aiuto pastorale nel senso stretto del termine, o sostitutivo di una gerarchia in difficoltà […] nella storia l’Ac non è nata, solo o prevalentemente, per iniziativa della gerarchia, bensì per iniziativa dei laici» (p. 114).
Il libro, un caleidoscopio di tante voci, ma solido e coerente, si compone di tre parti, ciascuna articolata in quattro contributi: la prima, L’Azione cattolica per il Concilio, che ha carattere preminentemente storico, si avvale dei contributi di Giuseppe Dalla Torre, del presidente Matteo Truffelli, che autorevolmente riprende il tema ancor oggi scottante della scelta religiosa, così come esso emerge dai discorsi di Bachelet; del direttore Piergiorgio Grassi e di Vittorio De Marco, alle prese con l’illustrazione del rapporto tra l’Ac e la gerarchia nei primi anni Settanta, cioè appena dopo la riforma. La seconda parte del volume, L’Azione cattolica nella Chiesa del Concilio, ha taglio teologico e vede in dialogo Giacomo Canobbio, Stella Morra, Salvador Pié-Ninot e Marco Ivaldo. L’ultima parte – Il Concilio Vaticano II bussola per l’Azione cattolica – costituisce invece una riflessione sull’Azione cattolica oggi e sul suo posto nella Chiesa e nella società: ne parlano il presidente emerito Franco Miano, il presidente dell’Associazione teologica italiana Roberto Repole, l’ex vicepresidente per il Settore Giovani Lisa Moni Bidin e il coordinatore del Forum internazionale dell’Azione cattolica e presidente dell’associazione argentina Emilio Inzaurraga.
Il Concilio è sì una bussola, uno strumento che orienta offrendo delle coordinate per la navigazione, ma oggi può essere anche – questa l’intuizione di Inzaurraga – un Gps, un navigatore satellitare, cioè uno strumento assai più affidabile della bussola: all’uomo moderno non basta più sapere dov’è il Nord, ha bisogno di essere accompagnato per tutta la durata del viaggio fino a destinazione, ed è quanto l’Azione cattolica fa con i suoi cammini formativi adatti a ogni età. Come detto a suo tempo da Giovanni Paolo II, il Concilio è sempre avanti a noi, sempre da indagare nelle mille possibilità che è ancora in grado di suggerirci.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana