I sedici incontri regionali Ac/Sicilia

Accogliente per scelta

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di Massimo Muratore* - Racchiudere e concludere in un racconto le emozioni, i contenuti dell’incontro regionale con la Presidenza nazionale ad Agrigento è complicato: ci sono i post sui social network, la memoria personale, lo scambio di opinioni e impressioni, le foto, il calore e la gioia, ma, come per ogni esperienza forte il tempo sedimenterà tutti gli stimoli e le reazioni, lieviterà i sentimenti e ne farà pane.

La Sicilia, rappresentata dall’Ac e, quindi, dalle diocesi in cui è incardinata, dalle parrocchie in cui è inserita, dai territori che laicamente anima, per due giorni si è incrociata ad Agrigento. Le date – 27 e 28 febbraio - felicemente son coincise con la festa di san Gerlando, patrono della città e della diocesi, e con le iniziative del Mandorlo in fiore, in un clima gioioso, propositivo, opportuno. Giovani, ragazzi, famiglie, sacerdoti, educatori e responsabili, donne e uomini, si sono incontrati ad Agrigento, antichissima città, secondo Pindaro “la più bella fra le città dei mortali”, incoraggiati da tutti i diciotto vescovi dell’isola con lettere (raccolte in un libretto dal titolo “Amatissimi figli”, edito dalla Delegazione regionale) a farsi pellegrini, a farsi profeti in questa terra bella e tragica.

L’incontro si è svolto in tre luoghi, simbolo di altrettanti temi sociali – il museo archeologico, il complesso della cattedrale, il teatro Pirandello- che sintetizzano le fasi della storia della città, che si è spostata, adattata, conformata ai tempi, alle vicende della storia; già i diversi nomi della città, declinati nelle lingue dei popoli che hanno tenuto il Mediterraneo (Akràgas, Girgenti, Agrigento) sono sunto di una tradizione che trova nella ospitalità, nella convivialità delle differenze, pur nella fatica degli uomini, le virtù sue proprie. Agrigento è divenuta occasione di incontro; città per antonomasia di tutta la Sicilia, culla di civiltà, che così è stata visitata, scoperta o riscoperta dall’oblio dei problemi nelle sue Istituzioni, nei suoi simboli, nelle sue potenzialità, nelle sue fragilità, nella sua intimità, nei suoi argomenti, nei linguaggi, messaggi e immagini, offerti ai contemporanei come contributo al bene comune, alla cittadinanza, alla edificazione della personale coscienza, in un vero e proprio laboratorio associativo, un’attività di apostolato e cittadinanza.

Sembra che sia ancora valida la lezione pirandelliana per cui la casualità, la perdita dei valori fondanti, la frammentazione della personalità, il relativismo agitano l’umanità, causando perdita di identità. Pirandello stesso nella sua autobiografia dice di essere nato nel Kaos (non solo metaforicamente, Kaos è una contrada della campagna agrigentina). Dal serrato dibattito al Teatro Pirandello è emerso che tutti sperimentiamo la precarietà, noi tutti possiamo vedere la complessità in cui oggi versa la coscienza e la collettività: la persona, l’umanità necessitano di unità. In questa problematicità dell’oggi l’unità, e non la sommatoria, sembra essere una via buona da percorrere. Tenere la persona inclusa nell’anima e nel corpo, l’individuo democraticamente parte della città, il credente in comunione con la comunità. L’esperienza di Agrigento dimostra che l’accoglienza è via di unità, è novità, è possibilità per l’umanesimo. L’accoglienza è esperienza di amicizia e di comunione, è via di santità come ci insegna la beata Pina Suriano, le cui reliquie, mentre l’Ac di Sicilia era riunita, sono state portate ad Agrigento dalla Presidenza diocesana di Monreale: allora, “Accoglienti per scelta”, vale a dire come opzione di vita, come atteggiamento psicologico e relazionale, pastorale e politico.

La storia di Sicilia, declinata da Agrigento, lo insegna: lo splendore e la crescita si spezzano appena l’uomo si frammenta, ma la crisi può diventare opportunità e possibilità di rinascita. È un impegno per la Chiesa e per la società. L’accoglienza è panacea per la persona e per le relazioni; essa è esito della carità e non uno spicciolo atteggiamento borghese di educate maniere; come tale, l’accoglienza è motivo di pace nella quotidianità, anzi la pace è di casa, è familiarità: e per tradurre questo impegno che l’Associazione si è dato, i membri del Consiglio regionale e la Presidenza nazionale sono stati accolti per la cena di sabato presso alcune famiglie a significare la convivialità, l’apertura del proprio intimo quotidiano, con un esercizio di scambio, di fraternità, di condivisione. Elaborare lo splendore, la valenza di questa iniziativa è impossibile, perché questo passaggio, ricco di sfumature, rimane nel piano dell’interiorità personale.

In due giorni l’Ac di Sicilia e la Presidenza nazionale hanno percorso la città, seguendone le tracce etiche ed estetiche, per motivare e custodire l’impegno dei laici, dei laici di Ac. Il Dio vivo abita i luoghi dell’umanità, il credente deve vivere la città per incontrare il Signore, che ha attraversato le città, le vie, gli spazi pubblici e condivisi, le case: in questi luoghi sono accaduti incontri fecondi nella fede e nella vita. Le città devono diventare luoghi accoglienti, come dice il sindaco, Lillo Firetto, il quale definisce Agrigento città aperta in un tempo politico complicato e l’intera Sicilia, umbeliculus del Mediterraneo, deve contribuire a trasformare questo tratto di mare da separazione a momento di unione, un mare di speranza che non respinge l’uomo. La Chiesa non deve vivere nella prospettiva della propria compagine, arroccata nella sicurezza fittizia, incapace di aprirsi (la tentazione pelagiana indicata da Papa Francesco a Firenze), non bisogna essere soggetti o oggetti da passato remoto. Di questa istanza si è fatto interprete il cardinale Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, il quale ha osservato che bisogna tenere insieme tradizione e novità, raccomandando di non rimanere nel museo, non si deve “portare avanti una vita più simile a statue da museo”, ma ad incarnare la Chiesa in uscita con lo stile della comunione. In questo contesto – città, Chiesa, persona e relazioni – si inserisce l’impegno dell’Associazione. La sala dove si è svolto l’incontro tra il Consiglio regionale e la Presidenza nazionale custodisce il Telamone (una colossale statua del tempio di Giove Olimpico), secondo le ipotesi di collocazione i Telamoni, sorridenti e a braccia alzate, sostenevano la trabeazione del tempio. Ecco, si può trarre una suggestione: considerare l’Ac che contribuisce con il proprio impegno a sorreggere l’architrave del tempio (la comunità, la città, la coscienza) ci consegna responsabilità e consapevolezza da tradurre con creatività nel territorio, rappresentato dal livello diocesano, che per il Presidente nazionale, Matteo Truffelli, è il cuore pulsante dell’Associazione, che con il ritmo di sistole e diastole irrora di vita, vita spirituale, vita associativa, vita quotidiana, vita sociale ed ecclesiale.

Ancor più specificatamente, ancor più vicino alle persone, si colloca la figura del Presidente parrocchiale di cui, ad Agrigento al Teatro Pirandello, ne è diventato espressione plastica Angela Messina, Presidente parrocchiale di Lampedusa, la quale, emozionando tutti con la sua straordinaria presenza, con il suo intervento così vero e sincero, con la sua figura minuta, ha sintetizzato l’essere Associazione, l’essere Chiesa, l’essere cittadino; lei ha portato tutta Lampedusa, tutta la vicenda umana della piccola isola, lontana e sperduta, ma dove si pregusta in pieno la bellezza di essere Ac ed ha rivelato i segni tratteggiati da Matteo Truffelli nel descrivere la figura del Presidente parrocchiale, il quale fa stare dentro la comunità e la diocesi, è colui che conosce e ci tiene insieme con il passo diocesano in un servizio che svolge insieme agli altri e che traduce in concreto cammino, per cui tutta la gratitudine per questo loro impegno diuturno.

L’Ac di Sicilia si è fatta pellegrina insieme alla Presidenza nazionale: la prova del pellegrinaggio è la conchiglia consegnata dalla Presidente Angela Messina, confezionata insieme ad un messaggio dal gruppo parrocchiale di Lampedusa: un pellegrinaggio che ha portato attese, conoscenza di nuovi volti, di luoghi, di significati, di speranza; un pellegrinaggio come ascolto per captare gli echi dell’impegno concreto, che si inserisce, a parola di mons. Mansueto Bianchi, nel quadro spirituale della conversione, cioè ad essere frutto e non fogliame.

*Presidente diocesano Ac di Agrigento

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