Da Segno. Primato della vita e laicità

Abitare il nostro tempo da laici

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«Un esistenza intensa per scoprire, ogni giorno, che Dio è all’opera»: titola così Segno (n.1-2 del 2016) l’articolo del presidente dell’Ac Matteo Truffelli che inaugura la nuova rubrica del mensile dell’associazione dedicata al “Primato della vita”. La “ferialità” è il tempo, prezioso e opportuno, per l’incontro tra l’umanità e il Signore. Ciò richiede di accogliere «la vita delle persone, prestare ascolto a ciò che esse hanno da dire». E, per chi vive la vocazione laicale, vuol dire rispondere alla chiamata alla santità popolare, che ci indica il Concilio, attraverso l’impegno nelle realtà quotidiane, dalla famiglia al lavoro, dal volontariato alla politica.

di Matteo Truffelli* - Riconoscere un primato alla vita come luogo in cui si fa esperienza del senso profondo dell’incarnazione, lo spazio in cui siamo chiamati a confrontarci con il valore inesauribile dell’unicità di ciascuna esistenza e, al tempo stesso, a fare i conti con il significato profondo della storia dentro cui tutti siamo immersi, ci pone innanzitutto di fronte alla necessità di assumere in tutto il suo spessore il valore della quotidianità, della vita feriale.

Lo spazio e il tempo abitati da Dio. Avere passione per la vita feriale significa non soltanto crescere nella capacità di guardare con grande attenzione alla vita quotidiana nostra e di ciascuna persona, ma anche educare noi stessi e aiutare chi incrociamo nel corso delle nostre giornate a guardare alla vita come lo spazio e il tempo abitati da Dio, il luogo nel quale Dio ci ama e ci salva, il tempo nel quale Dio è all’opera. Significa vivere in maniera tanto intensa la nostra quotidianità da fare di essa autentica testimonianza di quell’amore del Signore di cui facciamo esperienza. Significa accogliere la vita delle persone, prestare ascolto a ciò che esse hanno da dire e hanno bisogno di dire, far sì che le loro vite trovino una risonanza significativa nella nostra. E tutto ciò significa, per chi vive la vocazione laicale, misurarsi fino in fondo con la laicità, dimensione esistenziale propria di chi ha accolto e cerca di rispondere alla chiamata alla santità prioritariamente attraverso l’impegno a «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» (Lumen gentium 31).

Interpretare la laicità. Farsi interpreti della laicità attraverso la chiave del primato della vita significa allora, innanzitutto, confrontarsi con i caratteri di fondo della vita dei laici di oggi: una condizione connotata, essenzialmente, dalla necessità di abitare una continua tensione tra contesti, esperienze, spinte e dinamiche frammentate e tra loro divergenti. Si tratta di un’esperienza comune: l’appartenenza a differenti ambiti esistenziali (quello familiare, quello lavorativo, quello ecclesiale, quello delle relazioni amicali e del tempo libero, quello dell’impegno nella comunità civile, nel volontariato, nella carità, in politica…), non raramente in contrasto tra loro sia dal punto di vista dei tempi di vita sia sotto il profilo della divaricazione valoriale, contribuisce a rendere particolarmente difficile, per i laici di oggi, fare sintesi nella propria quotidianità, riconducendo a unità la propria esistenza.

Occorre allora educarci ed educare ciascuno a misurarsi con la molteplicità delle spinte centrifughe nelle quali ci troviamo immersi. Abitare il nostro tempo da laici agendo in esso nell’ottica del primato della vita comporta uno sforzo per tenere insieme le diverse dimensioni della quotidianità. Una dinamica resa ancora più difficile dal frammentarsi degli spazi dell’esistenza, l’accelerazione dei canali di comunicazione, il moltiplicarsi delle opportunità e la frequenza degli spostamenti.

Dentro le sfide della storia. Si tratta, indubbiamente, di una condizione esistenziale profondamente connessa con il contesto culturale e sociale del nostro tempo, nel quale assumono grande importanza la tendenza crescente allo sbriciolamento delle relazioni interpersonali e familiari e l’ampia diffusione di quella mentalità che papa Francesco ha chiamato «tristezza individualista» (Evangelii gaudium 2). Un tempo difficile, che sembra offrire più tentazioni che opportunità a chi desideri vivere «nel mondo» senza divenire «del mondo». Ma non per questo possiamo pensare di sottrarci a esso e alle sfide che esso ci pone, consapevoli che vivere nel mondo per contribuire alla sua santificazione «quasi dall’interno a modo di fermento» (Lg 31) chiede di assumere il qui e ora della storia come contesto specifico del nostro impegno.

Vivere in pienezza. Assumere la dimensione della laicità nella chiave del primato della vita ci provoca allora a vivere in pienezza il nostro tempo per essere dentro di esso strumenti di bene, tessitori di relazioni buone, costruttori di giustizia, custodi del creato. In questo tempo e per questo tempo, per le persone che vivono in questo tempo. Non per un tempo diverso, non per persone diverse da quelle che abitano il nostro tempo. Con la consapevolezza della sempre inesauribile distanza tra i principi e la loro traduzione in scelte concrete, storicamente situate, inevitabilmente inadeguate a esaurire la ricerca del bene, del giusto, del bello. Una consapevolezza che si radica proprio nel legame tra la laicità e il primato della vita nella sua concretezza.

 

*Presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana

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