Tra astensionismo e crisi delle Regioni

Versione stampabileVersione stampabile
Elezioni

di Andrea Michieli - Da poche ore si è conclusa la festa della Repubblica, eppure, guardando alle recenti elezioni amministrative regionali, c’è il sospetto che il festeggiato sia l’unico scontento. Il popolo, a giudicare dall’astensionismo, non festeggia. La Repubblica nacque sotto il segno della democrazia di massa per allargare la partecipazione di tutti i cittadini; nacque sotto il segno delle autonomie e del pluralismo degli ordinamenti. Democrazia popolare e autonomie sono le vere sconfitte delle elezioni.

Ma torniamo al voto. Se le elezioni europee di un anno fa furono un’investitura per il governo, le elezioni regionali rappresentano un midterm di verifica della legislatura nazionale. È difficile riuscire a confrontare i dati tra le due elezioni perché, se è vero che la girandola dei numeri certifica alcune tendenze, ogni regione fa storia a sé. In termini calcistici il risultato della partita si misura in un cinque a due a favore del centro sinistra che cede la Liguria, ma annette la Campania, governando ora diciassette regioni italiane. Al di là del pallottoliere, le regionali ci consegnano un sistema politico tripolare con due poli stabili (PD e M5S) e il centrodestra in fase di riassestamento; il centro moderato è schiacciato e assorbito dall’astensionismo e dagli altri partiti. La spinta populista si conferma molto forte. La semplificazione del messaggio e l’alternativa sistematica sono lo sbocco più significativo di coloro che, anche se mal volentieri, sono andati a votare. Al PD è mancato l’effetto-Renzi che un anno fa ha portato il centro sinistra fuori dal perimetro classico del suo elettorato: arretra, ma rimane il primo partito italiano. Il “partito della Nazione” torna ad essere partito di maggioranza conteso dalla sua minoranza e provato dall’anno di Governo difficile per le persistenti difficoltà della nostra ripresa. In assoluto la Lega Nord è l’unico partito che aumenta i propri consensi (anche in virtù delle liste personali che hanno fatto la differenza). Forza Italia e il centrodestra sono travolti dal fenomeno Salvini che sposta l’asse verso una destra “lepeniana” e si manifesta con un verde autonomista sbiadito rispetto a quello della Lega di Bossi. Il Movimento 5 Stelle si conferma il secondo partito. Conquista spazio, dopo le elezioni nazionali e comunali, nelle regionali confermando il suo radicamento territoriale. I risultati sono il prodotto di una campagna elettorale giocata sugli scandali e sugli impresentabili altrui, preoccupata del passato da difendere o demolire, più che al futuro dei nostri territori, in cui a stento si è parlato di politiche locali inserite in una visione politica globale.

Questo risultato ci consegna due dati sui quali chi ha a cuore la democrazia non può non interrogarsi: l’astensionismo e la crisi del regionalismo. Se è vero che anche in altre democrazie mature il tasso di coloro che decidono di non votare è alto, l’Italia è l’unico Paese in cui la partecipazione continua a crollare. I fattori che minano la partecipazione sono la lontananza delle istituzioni (anche quelle più vicine), la mancata incisività delle politiche, la difficoltà di trovare rappresentate le proprie idee e, in un ultima, una disaffezione tramutata in disinteresse. Si è passati così in pochi anni dal voto ideologico e di posizione, al voto del “male minore” per arrivare all’astensione. È un dato preoccupante che tiene lontano (ab-stinere) i cittadini dalla cosa pubblica e la politica dal bene dei cittadini bloccando il controllo delle responsabilità. Gli scandali sui rimborsi delle spese nei vari consigli regionali fa emergere il vuoto di moralità della politica che è male endemico del nostro Paese e, al di là di liste di impresentabili proposte a poche ore dal voto, l’urgenza di una soluzione è direttamente proporzionale all’insofferenza del votare perché, come annotava lo scrittore francese Charles Peguy, “la democrazia o sarà morale o non sarà democrazia”.

L’astensionismo è anche il prodotto di una fuga dalle regioni e della fine del territorio come primo tassello della rappresentanza. L’istituzione-regione è infatti in una crisi di credibilità profonda. Corruzione e malgoverno hanno caratterizzato nell’opinione pubblica le amministrazioni regionali e allargato la forbice tra elettori e rappresentanti. Conquistate come forma di autogoverno locale mezzo secolo fa, oggi sono vissute come istituzioni utili solo alla “politica delle poltrone”. Non è un caso che l’affluenza è stata più alta laddove si votava anche per le comunali: il Comune è ancora percepito come istituzione vicina e capace di risolvere problemi concreti. In questo schema non sorprende che in Campania e Puglia i candidati vincenti siamo ex sindaci di grandi città. La distanza dalle regioni è aumentata anche per il disegno di riaccentramento statale che tutte le forze politiche sembrano assecondare, abbandonando ogni tipo di disegno federalista, con un deficit delle istanze per cui le regioni sono nate: i servizi alla persona, il governo accorto del territorio e l’accompagnamento dell’economia locale. L’articolo 5 della Costituzione (“La repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua e promuove il più ampio decentramento amministrativo”) è pressoché ignorato. La crisi del regionalismo impone una ripensamento del ruolo degli enti locali e del loro rapporto con lo stato. Il confronto dei prossimi mesi sulla riforma del Senato e del titolo V della Costituzione non potrà esimersi da ricalibrare le competenze (particolarmente quelle concorrenti) tra Stato e Regioni e cercare di promuove forme di adeguato controllo che sono mancate in questi anni.

Le regionali ci consegnano un quadro politico in fase di assestamento che, se pur prevedibilmente, ha accelerato la ricomposizione dei poli e vedrà evoluzioni importanti nei prossimi mesi anche in virtù della nuova legge elettorale. Il dato democratico però è lo sradicamento dal sistema della partecipazione, in particolare quella locale. Una disaffezione anomala che rischia di rompere la coesione sociale che già la crisi economica ha contribuito a creare. Su questo è bene aprire una riflessione perché in democrazia, come nella vita, “chi è sradicato, sradica” (S. Weil).