Il sorriso Yara

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Dino Pirri
Le notizie si rincorrono veloci ed inutili. Ad alimentare una staffetta di indiscrezioni, anticipazioni, spiegazioni. Anche l’omelia di un prete viene succhiata avidamente. Ormai ci siamo abituati. Rassegnati. Non tutti però. Rimane il sorriso timido di Yara. Una ragazzina con dei sogni nel cuore.

Nel frastuono mediatico, in cui ognuno si affanna a dire la sua scontata opinione, rimango solidale con il dolore silenzioso dei suoi familiari. E rimango ferito dall’ultimo grido di aiuto di quella ragazzina, che amava sognare.
Quante grida di aiuto! Spesso inascoltate. Sentono parlare di crisi economica, hanno paura di una vita con pochi soldi, paventata dai grandi, ma si accorgono contemporaneamente che il denaro non è fonte autentica di felicità; vedono i genitori discutere e litigare ma non assistono quasi mai alla loro riconciliazione, che generalmente avviene nel segreto; non sanno più raccontare le loro emozioni e i sentimenti, poiché li abbiamo abituati al primato dell’esteriore e del materiale; hanno tanta tecnologia a disposizione, ma vengono lasciati soli dai grandi, poiché abbandonati alle consolle, alla musica preferita, ai telefonini, alla rete, alla tv. Non sanno decifrare la schizofrenia di una società che da un lato li spinge a consumare e dall’altro a “dimagrire”, a rifiutare il bullismo ma e a sguainare le armi del potere e della prevaricazione sugli altri, a rispettare le idee di tutti ma poi a considerare l’altro puro oggetto di inciampo, oppure di piacere.
Grida aiuto! Il 14% dei ragazzi che scarica dalla rete materiale vietato; e quel 28% che dichiara di bere superalcolici; il 16% delle ragazze a dieta perché si sentono grasse oppure il 5% che ricorre alla chirurgia estetica; il 26% che subisce offese, furti e provocazioni da coetanei; il 17% che si innamora su internet.
Il grido che raggiunge anche le nostre comunità cristiane in cui desideriamo i fanciulli e i ragazzi, ma non siamo disposti ad ascoltarli davvero; vogliamo riempirli di parole di cui non hanno bisogno invece che offrire loro modelli credibili di vita bella e felice. Li ricattiamo, con stratagemmi “a fin di bene”, anziché educarli alla gratuità di un incontro, li giustifichiamo con alibi non richiesti e non li abituiamo alla responsabilità. Spesso li carichiamo di pesi che noi, farisaicamente, non tocchiamo neppure con un dito: quando gli imponiamo regole che noi non rispettiamo, stili di vita che non assumiamo, e pratiche religiose spesso lontane anche dalla nostra quotidianità. Spesso si accorgono anche loro che la finzione ha imbrattato anche le nostre verità sacrosante. Li utilizziamo come scenografia per le chiese o coreografia per le liturgie, ma fatichiamo a renderli protagonisti del loro cammino di fede e nelle nostre comunità.
Pensando a quel corpicino adolescente che non si riusciva a trovare, ma poi sottoposto a disgustose “autopsie mediatiche”, mi vengono in mente le parole del prof. Savagnone al seminario dell’ACR sui preadolescenti: gli adolescenti sono come un banco di pesciolini. Devi andarli a cercare nel mare della vita, dove essi realmente sono e non dove tu presumi che siano. Si spostano, cambiano rotta, invertono repentine le direzioni di marcia, e quasi mai corrispondono alle nostre analisi, alle nostre presunzioni. Neppure desiderano rispondere alle nostre domande, ma alle loro.
Questo è il rischio! Cercarli dove non sono. Analizzarli senza incontrarli veramente. Riempirli di parole senza condividere i loro sogni.
Yara mi colpisce anche con il suo silenzio. Non può più parlare. Non può più raccontarci la sua voglia di vita, i suoi sogni di libertà, la sua speranza in un mondo più bello, le sue domande, le sue paure, la sua gioia.
E noi “grandi” abbiamo il compito di non sottomettere al silenzio mortifero la vita, la bellezza, la libertà, la speranza, le domande, le paure, la gioia dei fanciulli e dei ragazzi che incontriamo, i quali non sono promesse per il futuro, ma il presente da contemplare, amare, servire e custodire.