A centocinquant’anni dall’appello di Giovanni Acquaderni e Mario Fani

Alle origini dell’Azione cattolica italiana

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di Paolo Trionfini* - Tra le peculiarità che contraddistinguono la storia dell’Azione cattolica italiana, a differenza di quasi tutte le esperienze aggregative di qualsiasi genere, si può richiamare la mancanza di un preciso momento fondativo.
Le origini dell’associazione, infatti, sono riconducibili all’iniziativa del viterbese Mario Fani e del bolognese Giovanni Acquaderni, i quali, nel corso dei primi mesi del 1867, promossero una serie di incontri per creare un soggetto a carattere nazionale nel quale i giovani cattolici potessero identificarsi. Il frutto del serrato confronto si tradusse nell’appello lanciato il 29 giugno dello stesso anno, non a caso nella solennità dei santi Pietro e Paolo, attraverso il quale chiamarono a raccolta la gioventù di tutta la nazione per «portar alto e intemerato il glorioso Vessillo della Religione», che la società del tempo stava estirpando dal vissuto della popolazione.
Si tratta del primo testo ufficiale della Società della gioventù cattolica, come venne denominata la nuova forma aggregativa. A questo proclama, dunque, senza introdurre una forzatura in contraddizione con il lungo “processo costituente”, si può far risalire l’emersione pubblica dell’iniziativa in gestazione, che finalmente acquisì la visibilità richiesta dallo scopo prefisso.
L’appello si apriva con un richiamo greve al quadro culturale in cui la nuova associazione era chiamata a operare. La «Frammassoneria, quell’assemblea di uomini senza fede e senza Dio», dominava la scena, servendosi di ogni mezzo per «sradicare dai popoli quanto v’ha di soprannaturale e divino», fino ad attentare alla «corona di principato terreno» – come veniva definito il potere temporale del papa – che costituiva la «tutela della spirituale sua autorità». L’unificazione nazionale, che aveva portato alla perdita di larga parte dei territori dello Stato pontificio, rappresentava la manifestazione più eclatante di una «lotta» più generale, che con carattere «infernale» minacciava le fondamenta su cui si reggeva la società del tempo. Per rispondere a questa sfida, dopo aver delineato in negativo lo sfondo di riferimento, il proclama si dilungava in positivo sul «nobile scopo» che la Società della gioventù cattolica si prefiggeva: «consacrare i pensieri, gli affetti, gli studi, le fatiche e l’opera più indefessa a difesa del dogma, della morale cattolica, e del trono temporale del Vicario di Gesù Cristo».
I mezzi per conseguire l’ambizioso obiettivo furono subito individuati nel trinomio «preghiera, azione, sacrifizio», che da lì in poi costituì l’asse portante della spiritualità dell’associazione. I «promotori», come si firmarono i giovani che lanciarono l’appello, definirono anche l’esigenza improcrastinabile di associare i giovani in un’«unione» che avrebbe dovuto possedere, come requisito essenziale, una forma stabile, per sottrarsi alla fluidità di iniziative che si erano arenate.
Pochi mesi dopo, fu messo a punto il programma, che, riprendendo i punti salienti della prima uscita pubblica, si concentrava sul nucleo essenziale dell’impegno richiesto per la «nobilissima impresa». Per sancire il legame associativo, che si manifestava attraverso un forte senso di appartenenza, il Consiglio direttivo della Società, che nel frattempo era stato assunto da Acquaderni, avanzò l’11 aprile 1868 la richiesta di approvazione direttamente al papa. Pio IX rispose formalmente il successivo 2 maggio con il breve pontificio Dum filii Belial, nel quale si ribadivano le finalità dell’associazione per formare gli aderenti alla pubblica professione della fede in un impegno apostolico che attraverso l’esempio trasfondesse «nella gioventù e nel popolo il sentimento religioso».
La costituzione del primo nucleo dell’associazione, attraverso questi passaggi in sequenza, poteva, quindi, considerarsi compiuta sul calco del proclama lanciato il 29 giugno 1867, che ne plasmava la natura religiosa come patrimonio genetico irrinunciabile.
Su questa impronta indelebile si sarebbe sviluppata la storia dell’Azione cattolica italiana per i successivi centocinquant’anni.

*Direttore dell’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI (Isacem)