Lo sguardo sull'Africa

L’ippopotamo galleggiante che ci tende la mano

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intervista a padre Giulio Albanese di Gianni Di Santo da Segno/aprile 2016 - «L’Africa? Dipende da cosa ci aspettiamo da questo grande continente. Ci sono gli afro-pessimisti che hanno una visione reazionaria, quelli che dicono sempre, “è colpa loro se le cose vanno male”. Poi ci sono gli afro-terzomondisti, i sempre ottimisti sul futuro dell’Africa. In realtà credo, e non da oggi, che per giudicare questa terra occorra un afro-realismo. L’Africa continua a essere terra di conquista da parte dei potentati stranieri e la gestione della res publica dei governi africani ancora è ben lontana da una corretta idea di democrazia. Ma è una terra ricca di risorse, naturali e ambientali, benedetta da Dio. Cominciamo da qui?».
Padre Giulio Albanese, comboniano, ha diretto il New People Media Centre di Nairobi e fondato la Missionary service news agency (Misna). Collabora con varie testate giornalistiche per i temi legati all’Africa e al sud del mondo. Oggi è direttore del mensile Popoli e Missione. Parla sempre con passione del continente baciato dal sole.

Ritardo cronico a uno sviluppo economico armonico, le nuove guerre, l’Isis, le malattie, la corruzione pubblica, le infrastrutture che mancano. Insomma, “mamma” Africa pare non sia messa bene…
In Africa, la geopolitica sta subendo continui mutamenti. Un tempo ci volevano decenni perché cambiasse qualcosa negli assetti nazionali, regionali e a livello continentale, mentre ora l’evoluzione è costante e repentina. Ecco perché Harold Macmillan, tornando da un suo viaggio in terra africana, definì il continente africano come una sorta d’«ippopotamo galleggiante nelle paludi». Una battuta eloquente che, da una parte esprimeva l’imponenza delle ricchezze africane, dall’altra rivelava l’indole paternalista di un colonialista di alto rango che non rinunciava al suo sarcasmo.

Un continente sempre ritenuto “povero”, ma sul quale si allungano tante mani e si concentrano forti interessi. Vero?
Oggi abbiamo una vera e propria parcellizzazione del continente a macchie di leopardo, col risultato che, oltre alle ex potenze coloniali e agli Stati Uniti, sono scesi in campo paesi come la Cina, l’India, il Giappone, la Corea del Sud, la Malesia, il Canada e tanti altri. Investimenti notevoli, si dirà, ma anche tanta corruzione delle leadership locali. A questo proposito, uno dei fenomeni più appariscenti è stato (ed è tuttora) quello del “land grabbing”, traducibile in italiano come accaparramento dei terreni da parte di società private, fondi di investimento e governi stranieri. Tale fenomeno ha determinato, alla prova dei fatti, una svendita delle immense risorse naturali del continente (commodities), soprattutto dal punto di vista agricolo, minerario e del reperimento di fonti energetiche. A ciò si aggiunga la debolezza delle classi dirigenti il cui operato, purtroppo, lascia, ancora oggi, molto a desiderare. 

Tutti “vogliono bene” all’Africa, sembra di capire.
La gara a chi arriva prima tra le potenze mondiali è in atto da anni. Oggi vi è un’evidente concorrenza economica tra Cina, India e Brasile: materie prime, carbone, uranio e petrolio. Il Pil africano cresce, ma come viene distribuito? Emblematico è il caso dell’Angola dove si registra grazie al settore petrolifero un +12% del Prodotto interno lordo che finisce puntualmente nelle tasche dell’attuale oligarchia al potere. Occorre poi ricordare che molti paesi africani stanno sì crescendo, ma partendo da condizioni di disagio economico particolarmente gravi. Sta di fatto che a livello continentale, solo il 20% della popolazione ha accesso diretto all’energia elettrica. Secondo le Nazioni Unite, oltre 600 milioni di africani oggi vivono senza la disponibilità dell’energia che servirebbe a soddisfare i bisogni fondamentali come la cucina, l’illuminazione o il riscaldamento. Guardando al futuro tutto ciò rende la questione energetica una delle grandi sfide.

Però l’Africa rappresenta ancora la terra delle grandi opportunità, anche per il mondo occidentale.
Penso che la vera potenzialità siano la società civile, i gruppi, i movimenti, le chiese cristiane, che possono rappresentare davvero il vivaio delle nuove classi dirigenti. La corruzione della politica africana, che è sempre un incontro tra offerta “interna” e domanda straniera, sarà inevitabilmente vinta da una società civile vigile e formata, in particolare i giovani, che credono nelle regole del gioco e che hanno nella loro agenda la preoccupazione per i diritti umani, oltre che per il Pil. Nell’Africa subsahariana il 60 per cento della popolazione ha meno di 25 anni: il futuro è lì. Ma è una generazione che si deve districare tra i mille interessi che attanagliano il continente, da occidente a oriente, dalle petrol-monarchie del Golfo agli interessi cinesi, dagli Usa a un’Europa che ancora non ha perso la vena di ex colonizzatrice.

Un cammino lungo?
Qualche analista guarda all’Africa oggi come a un “Big deal”. Forse sarebbe più corretto dire che rappresenta certamente una grande opportunità per chi fa affari e un po’ meno per gli africani. La sensazione è che il cammino sia ancora molto lungo per affermare l’agognato rinascimento africano, tanto caro a Nelson Mandela. Vengono alla mente le belle parole di Albert Tévoédjrè, in un suo celebre libro uscito trent’anni fa nella sua edizione italiana, Povertà, ricchezza dei popoli, pubblicato in Italia dall’Editrice missionaria (Emi). Nell’intento, per certi versi utopico, di ridisegnare la politica e l’economia dell’allora Terzo mondo, l’intellettuale beninese apriva il quarto capitolo del suo libro con una poesia di Salvador Diaz Miròn: «Sappiatelo, sovrani e vassalli, eminenze e mendicanti, nessuno avrà diritto al superfluo, finché uno solo mancherà del necessario». L’Africa ha indubbiamente bisogno di leader illuminati capaci d’essere, come scriveva lo stesso Tévoédjrè, «prima di tutto dei dirigenti della vita sociale», servitori della “res publica” intesa come “bene comune”. 

Chi può aiutare l’Africa?
Innanzitutto le donne. Lavorano di più degli uomini, il 62 per cento del Pil è “femminile”. E poi hanno una maggiore consapevolezza rispetto al passato: la libertà personale, l’emancipazione nei confronti dell’uomo, e la democrazia se la stanno guadagnando attraverso le lotte sociali e sindacali, ma anche con il duro lavoro della vita di ogni giorno. Naturalmente non possiamo dimenticare il prezioso ruolo delle Chiese cristiane e in particolare dei missionari che hanno risposto in questi anni alle più temibili emergenze umane e sanitarie spesso racchiuse in scenari di guerra civile. Quando penso al contributo che i missionari hanno dato nella Repubblica democratica del Congo, in Sierra Leone, in Sudan meridionale, in Centrafrica, dico spesso che essi sono i “caschi blu di Dio”, una pacifica forza di interposizione tra gli opposti schieramenti. Alcune Chiese, poi, guardano al futuro e stanno formando una nuova classe dirigente. A Nairobi è stata creato una sorta di ministero sociale, un’università del terzo settore che ha il compito di promuovere economia responsabile, oltre a formare i giovani alla democrazia politica e a un corretto e sano principio economico nella gestione imprenditoriale.

La visita recente di papa Francesco come è stata vista dagli africani?
Papa Francesco ha avuto una grande accoglienza dal popolo africano. Ha parlato senza peli sulla lingua di partecipazione democratica, di lotta alla corruzione, del bene comune e della grande sfida di coniugare spirito e vita. Ma ha anche affrontato un tema importante: il dialogo interreligioso. Non si possono fare guerre in nome di Dio, e chi uccide in nome di Dio si pone su un piano ideologico e non religioso. Ricordo che il papa ha visitato una moschea, che ha incontrato l’imam, e che infine ha inaugurato l’anno giubilare proprio laggiù, in terra africana. Credo che sia oggi, papa Francesco, l’unico vero e grande statista a livello internazionale rispetto alle classi politiche occidentali che spesso peccano di miopie. Ha dato una voce a chi non ha voce, ed è l’unico che parla di ambiente, del rispetto del creato, di una casa comune dove poter tracciare nuove rotte di speranza e di felicità. Teniamocelo stretto!