Francesco e Jacinta sugli altari

La santità dei piccoli

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di Marco Ghiazza* - È un giorno bello, questo, per la Chiesa tutta. Insieme a Papa Francesco ricordiamo i cento anni dall’inizio delle apparizioni della Madonna a Fatima: come a Cana, come al Calvario o al Cenacolo, la Cova da Iria è uno dei tanti momenti in cui Maria ha voluto offrire ai discepoli un segno forte della sua vicinanza e della sua premura. Le mamme sono così!
È un giorno bello per l’inedita esperienza che possiamo accogliere: il dono di due nuovi santi. Che hanno un tratto di unicità (almeno per ora) e di stimolante novità: sono i più piccoli santi non martiri che la storia della Chiesa conosca.
Per chi, come l’Azione Cattolica attraverso la proposta dell’Acr, crede che i fanciulli e i ragazzi siano capaci di vivere, a loro misura, un’intensa esperienza di fede e di missionarietà, questo può essere un giorno davvero straordinario.
Lo vogliamo vivere così: con intensità, con riconoscenza, con slancio.
Siamo invitati a rinnovare quella “scommessa” che fece dire a Vittorio Bachelet: “I ragazzi non sono solo oggetto dell’azione pastorale ma soggetti della costruzione della Chiesa e partecipi, a pieno titolo, a loro misura, della sua missione apostolica”. Questo “pieno titolo” trova oggi, nella canonizzazione di Francesco e Jacinta Marto, una specialissima ed incoraggiante conferma.
Riconosciamolo: la società dei consumi guarda ai ragazzi come a degli strumenti utili a svuotare le tasche degli adulti; il sentire comune “relega” i piccoli in uno stato di attesa inerme prima del tempo della produzione e del voto; anche la vita ecclesiale e quella associativa rischiano di considerare i fanciulli e i ragazzi sempre come ascoltatori, “sacchi vuoti” che hanno l’unico ruolo di accogliere e, non di rado, di limitarsi a replicare le esperienze dei grandi.
Jacinta e Francesco, insieme al “santo popolo fedele” di Fatima (capace di accogliere con fiducia la parola dei tre piccoli pastorelli), ci mostrano una possibilità diversa.
Ci mostrano il volto di una santità semplice e possibile.
Ci mostrano la strada di una preghiera veramente “popolare”.
Ci mostrano la capacità di vivere, anche da piccoli, il dono gratuito di sé.
Ci mostrano la bellezza e la forza della profezia racchiusa nel Magnificat: i superbi e i dotti che vedono smantellate le loro arroganti impalcature a favore di due piccoli pastorelli analfabeti.
“Volete offrirvi a Dio?”. Fu questa la prima domanda che la Bianca Signora rivolse ai tre veggenti alla Cova da Iria. La loro disponibilità aprì la strada ad un itinerario di santità autentica.
Sì, perché è bene ricordare che anche questi veggenti (come per Bernardette Soubirous o per Caterina Labouré) non vengono oggi canonizzati per ciò che hanno visto: questo collocherebbe la santità in un recinto riservato a pochi e condizionato da esperienze eccezionali. Francesco e Jacinta vengono proclamati santi perché hanno vissuto il Vangelo fino in fondo, “a loro misura” ovviamente, ma senza sconti.
Anzi, in modo esemplare (è questo lo scopo di una canonizzazione per la Chiesa) rispetto a tante nostre pigrizie e mediocrità.
Francesco e Jacinta hanno pregato. Hanno imparato e vissuto l’adorazione, che è una forma alta ed esigente di preghiera. Francesco trascorreva lunghe ore in chiesa, davanti al Tabernacolo. Ci insegnano ad adorare, i Santi Pastorelli di Fatima, perché impariamo a dare il giusto nome agli atteggiamenti della nostra vita e della nostra preghiera; affinché ricordiamo che solo dalla contemplazione di Dio può nascere uno sguardo rinnovato sulle realtà umane.
Francesco e Jacinta hanno vissuto il sacrificio: nelle forme più quotidiane legate gli imprevisti e alle rinunce, fino a quelle più esigenti vicine al martirio. Minacciati di essere uccisi, hanno affrontato con stupefacente coraggio gli adulti che volevano distoglierli dalla loro fedeltà agli impegni assunti con la “Bianca Signora”.
Francesco e Jacinta hanno vissuto l’apostolato: tutto ciò che hanno fatto dopo le apparizioni lo hanno orientato alla “conversione dei peccatori”; sono stati mossi, cioè, dal desiderio di diffondere la gioia del Vangelo.
Tre piccoli cenni per dirci, ancora una volta, di quanto la vicenda di questi piccoli amici possa essere esemplare anche per il nostro itinerario associativo, anche alla luce di ciò che il Papa ci ha recentemente detto e riconsegnato.
Sì: possiamo essere davvero felici. Possiamo superare il “pettegolezzo religioso” che ha accompagnato questi giorni nel tentativo morboso di cercare nei “Segreti di Fatima” qualcosa di cui mormorare nei banchi delle nostre chiese. Il messaggio di Fatima ci aiuta, se ne abbiamo la necessità, ad accogliere ciò che la Scrittura già ci fa conoscere: Dio non è altrove; Dio non è distratto; Dio ascolta il grido del suo popolo e, oggi come allora, scende a liberarlo. Nel dramma della storia (dalla storia nascosta delle nostre coscienze a quella che occupa le prime pagine dei giornali), il Signore si rende presente per portare vita, luce, perdono, pace. E tutti, da Maria, a Francesco e Jacinta, a ciascuno di noi, tutti siamo invitati a dargli una mano, con fiducia e con speranza. Tutti possono “riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare” (EG, 273).
Insieme a tutti gli Acierrini, che da oggi possono contare su due nuovi formidabili patroni, continuiamo con rinnovato impegno la nostra appassionata scelta educativa. E, perché no, viviamo l’attesa orante di poter vedere anche la “nostra” piccola Antonietta Meo unita a questo glorioso destino.
Francesco e Jacinta, non siete davvero “piccoli”.
Aiutateci a diventare “grandi” secondo le paradossali ed affascinanti logiche del Regno.

*Assistente nazionale dell’Azione Cattolica dei Ragazzi