Acr e Cnr insieme per tutelare il gioco dei bambini

Versione stampabileVersione stampabile

Paolo Reineri - L’articolo 31 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia sancisce che “gli Stati riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica”. Se leggiamo questo passaggio della Convenzione in inglese, la lingua madre in cui è stata scritta, troviamo che ciò che è stato tradotto con “dedicarsi” è in realtà un verbo molto più forte: to engage, cioè impegnarsi. Ci si deve impegnare nel gioco.

«Ci è parso importante domandarci allora dove giocano i bambini oggi. Quanti e quali spazi usano e hanno a disposizione nella nostra Italia del 2014 dentro e fuori dalle mura domestiche» racconta Anna Teresa Borrelli, responsabile nazionale dell’Acr. È nato così il progetto Dove andiamo a giocare? che l’Azione Cattolica affida ai più piccoli: una grande indagine e ricerca sul territorio per scoprire dove giocano i bambini e i ragazzi d’Italia.

Obiettivo dell’iniziativa è fotografare attraverso il punto di vista dei più piccoli il mondo del gioco, individuare gli spazi in cui oggi è più consueto e facile vivere l’esperienza del giocare, analizzando quanto e come parchi pubblici, cortili, strade sono ancora luogo di ritrovo e divertimento. Dare la parola ai ragazzi, ascoltarli e offrire loro questa occasione per esprimere la loro partecipazione alla vita pubblica delle nostre città e paesi è un modo privilegiato per affermare che non c’è gioco senza loro.

Nella progettazione e nell’elaborazione di questa idea l’associazione ha trovato un grande aiuto nel professor Francesco Tonucci, responsabile del progetto internazionale “La città dei bambini” del CNR, che così definisce il verbo giocare: «Vuol dire uscire di casa, possibilmente senza un adulto di controllo, incontrarsi con un’amica o un amico, decidere con lei o con lui il gioco da farsi convenendo le regole, trovare un luogo adatto a quel gioco e dare a quel gioco un tempo libero. In genere, se queste sono le condizioni poi non si vede l’ora di tornare a casa e raccontarlo alla mamma e al papà e possibilmente l’indomani ai compagni di scuola e alla maestra».

A conclusione dell’indagine, i dati raccolti ed elaborati speriamo possano essere strumento significativo che le istituzioni nazionali che si occupano dei diritti dell’infanzia possano usare per ragionare con l’Ac su che cosa c’è ancora da fare per rendere più accessibile a tutti il diritto al gioco.

Invitiamo quindi tutti i gruppi Acr d’Italia a partecipare all’indagine attraverso la compilazione di un semplice questionario che è disponibile sul sito internet dell’Acr www.acr.azionecattolica.it.